Agli inizi del XX secolo, il volo sembrava ancora una chimera irraggiungibile per l’uomo. I primi velivoli sperimentali dovevano ancora essere messi a punto. Non stupisce quindi che anche il salto in elevazione con il cavallo venisse considerato un’impresa quasi impossibile.
Persino gli istruttori dell’Accademia regia sostenevano che i cavalli non fossero in grado di saltare in autonomia e che anche un salto di 80 centimetri fosse un risultato difficilmente raggiungibile, per non dire impossibile, per qualsiasi cavaliere.

A sfatare questo mito fu un giovane capitano dell’esercito sabaudo, Federico Caprilli. Noto agli appassionati soprattutto per via delle innovazioni introdotte nella tecnica di monta, Caprilli è stato anche un pioniere della disciplina del salto a ostacoli, grazie alle imprese realizzate in groppa al fedele Melopo. L’evento che segnò una svolta nella storia dell’equitazione fu a Torino nel 1902, quando davanti alle cavallerie e alle famiglie reali di tutta Europa, Caprilli balzò per la prima volta oltre i due metri di altezza. Fu qualcosa di assolutamente inaudito e straordinario per l’epoca, ma bastarono pochi anni per capire che l’intuizione del capitano livornese aveva segnato un punto di non ritorno. Nel 1909, il record di salto in elevazione era già lievitato fino a 2,20 metri (stabilito dal tenente Ruggero Ubertalli a Pinerolo).

La cosa curiosa è che mentre l’equitazione moderna prendeva forma con le sue discipline più conosciute e praticate (dressage, salto), per quasi mezzo secolo le gare di elevazione, o di “salto in alto” a cavallo, continuarono ad essere disputate con grande seguito. Forse pochi sanno che il primo olimpionico italiano nella storia dei Giochi moderni fu il conte Gian Giorgio Trissino, cavaliere vincitore della medaglia d’oro a Parigi nel 1900… indovinate in quale disciplina? Esatto, proprio il salto in alto. Del resto in quell’edizione, il salto in alto e in lungo erano le uniche competizioni equestri previste. Subito dopo sarebbero state subito eliminate dal programma.
I tentativi di record in elevazione invece si succedettero fino alla fine degli anni ’40, continuando a suscitare un forte impatto mediatico, come dimostra l’aura leggendaria che circonda gli autori dell’ultimo, mai eguagliato primato.

5 Febbraio 1949, a guerra appena finita. Siamo a Vina del Mar, in Cile. Il capitano Alberto Larraguibel Morales in sella a Huaso, purosangue impavido dal carattere difficile, supera i due metri e quarantasette di altezza dopo tre tentativi. È un’impresa straordinaria, fuori dal comune, che cancella tutti i primati precedenti e rimarrà ineguagliato per sempre, anche perché questo tipo di gare verrà bandito ufficialmente di lì a poco.

Le immagini in bianco e nero fanno venire la pelle d’oca ancora oggi: è una piccola grande storia di follia e coraggio, quella che il cavaliere Morales ha saputo scrivere spronando il fedele Huaso. Nella sua forza e spregiudicatezza ha riposto ogni fiducia, e il suo fedele amico lo ha ripagato con un balzo che ha del soprannaturale. L’immagine sgranata da pellicola d’epoca accentua la sensazione di incredulità. Tutto in questa impresa appare assurdo, impossibile anche solo da immaginare se non ci fosse la prova incontrovertibile del video. La barriera da superare con la sua forma ricurva, quasi come fosse una rampa di lancio o un trampolino per il salto con gli sci, richiama per prima l’attenzione, seguita immediatamente dal gesto atletico compiuto da Huaso, il modo in cui si inarca al di sopra dell’ostacolo e resiste all’impatto dell’atterraggio sulle gambe anteriori…
Un tuffo al cuore inevitabile nel rendersi conto quanto si vada vicino alla perdita d’assetto e il cavaliere rischi di essere catapultato in avanti, e poi è finita: Huaso ce l’ha fatta, è campéon! Il suo nome resterà scritto nella storia per sempre.

Questo tipo di gare sopravvive oggi nella forma “aggiornata” delle prove di potenza, che però conservano ancora l’idea alla base delle folli imprese del passato.
Il record attuale di salto ostacoli in potenza è di 2,40 metri, stabilito nel 1991 dal cavaliere tedesco Franke Sloothaak in sella a Leonardo.

Oggi il ricordo di un’epoca d’oro dell’equitazione italiana non può non ispirare un po’ di malinconia. Forse non c’è bisogno di risalire ai tempi di Caprilli e Trissino, ma in ogni caso più di mezzo secolo è trascorso da quando a rappresentare il Belpaese nei concorsi più prestigiosi c’erano i fratelli d’Inzeo, che solo i lettori più maturi potranno ricordare.

Nelle immagini di alcuni video d’epoca come quello che vedete qui, si può ritrovare un pizzico di quell’atmosfera magica che caratterizzava il 1968, un anno pieno di fermenti. Oltre a Raimondo d’Inzeo, sempre fiero ed elegante nella sua divisa da carabiniere, un altro personaggio singolare di quell’epoca (questa volta sicuramente più popolare per i britannici) che può essere riconosciuto è Marion Coakes, la ragazzina terribile che insieme all’inseparabile Stroller proprio quell’anno avrebbe colto un argento storico ai Giochi di Città del Messico, primo e unico caso di un pony su un podio olimpico di salto a ostacoli.


Oggi vogliamo parlare di una storia vera, ma talmente incredibile che potrebbe sembrare solo un film. Se si fosse trattato di una storia americana, probabilmente a Hollywood avrebbero già provveduto a farne una pellicola di successo.

Invece la nostra storia comincia in Germania, dove ai tempi ebbe una risonanza tale da essere ricordata in seguito come “la leggenda di Stoccolma”. Protagonisti sono Hans Günter Winkler, cavaliere della squadra olimpica di salto tedesca, e soprattutto il suo cavallo Halla, un vero e proprio eroe nazionale, considerato una sorta di “Seabiscuit tedesco”. (Ve la ricordate la storia di Seabiscuit? Ne avevamo già parlato)

Perché “leggenda di Stoccolma”? Siamo nel 1956.  I giochi olimpici si tennero per la prima volta in Australia, a Melbourne, per giunta a dicembre nel pieno dell’estate australiana. Una novità assoluta, ma non per tutti gli atleti. Le gare di equitazione si svolsero infatti mesi prima a Stoccolma, a causa delle rigide leggi australiane sulla quarantena che rendeva parecchio complicato il trasferimento dei cavalli.

Ora, bisogna dire che la Germania non se la passava benissimo in quegli anni. Lo spettro della disfatta nella seconda guerra mondiale era ancora presente nei ricordi di tutti, il paese era diviso politicamente in due, e i tedeschi cercavano faticosamente di risollevarsi. In tutto questo lo sport venne in aiuto come occasione di rivalsa.

Solo due anni prima la nazionale di calcio della Germania Ovest aveva vinto per la prima volta la coppa del mondo in Svizzera battendo a sorpresa la favoritissima Ungheria, un’impresa passata alla storia come il “miracolo di Berna”.

 Dalla Svizzera alla Svezia il passo non è poi così lungo, e solo due anni dopo gli undici eroi de “Il miracolo di Berna” arrivarono altri due eroi a dare vita alla leggenda di Stoccolma.

Finale a squadre di salto ostacoli. Che i cavalieri tedeschi siano in grado di puntare all’oro non è certo un mistero. All’inizio della competizione però la fortuna sembra voltare subito le spalle alla Germania. Winkler sta per completare il suo percorso quando Halla al penultimo ostacolo stacca troppo in anticipo, Winkler viene sbalzato in aria e ricade pesantemente sulla sella stirandosi un muscolo dell’inguine.

Il dolore è tale che Winkler non riesce neanche a stare seduto in groppa a Halla. Ma ovviamente se anche solo un componente non è in grado di completare la gara, l’intera squadra viene squalificata e tolta dalla classifica per nazioni. Ogni speranza di medaglia sembra vana per la Germania. Ma Winkler non si arrende. Imbottendosi di antidolorifici riuscirebbe a stare perlomeno in sella, ma rimarrebbe stordito dall’effetto dei medicinali e poco lucido.

A questo punto i tedeschi decidono di rischiare il tutto per tutto: Winkler affronta l’ultimo round bevendo solo caffè nero per rimanere sveglio e affidandosi totalmente alla sua Halla.  E Halla, il cavallo che solo pochi anni prima veniva considerato un cavallo “difficile” impossibile da cavalcare, compie il miracolo.

Quanto può essere forte il legame tra un cavallo e il suo cavaliere? Molto, moltissimo, tanto da superare qualsiasi ostacolo, direbbe qualsiasi cavaliere.

“Halla aveva capito che qualcosa non andava” ha confessato lo stesso Winkler. Quel giorno praticamente riusciva a malapena a reggersi in sella e a indicare la strada al suo cavallo, senza poterlo guidare al meglio. Ebbene, Halla concluse praticamente“da sola” un percorso netto regalando a sé stessa e alla Germania un doppio oro, individuale e a squadre.

Per la Germania fu un trionfo di quelli da ricordare, per noi italiani un po’ meno. Alle spalle dei tedeschi si classificò infatti la squadra azzurra, con i fratelli D’inzeo entrambi sul podio anche nell’individuale, ovviamente dietro a Winkler e Halla.

Raimondo e Piero d’altronde avrebbero avuto tutto il tempo per consacrarsi tra le leggende dello sport italiano. E quale occasione migliore per questo delle olimpiadi di casa che si sarebbero tenute quattro anni dopo?

A Stoccolma invece fu il turno di Halla e Hans Winkler di entrare nella storia. Il primo rimane a tutt’oggi uno dei cavalli con più medaglie ai Giochi Olimpici. Il secondo divenne uno degli atleti tedeschi più famosi della sua epoca.

Merito del legame speciale che seppe costruire nel corso degli anni con la sua amata Halla portandola a esprimersi al massimo del suo potenziale, anche quando tutti la consideravano un grande “talento inespresso” a causa del suo carattere difficile.